14122017Headline:

Attacco a Parigi: le responsabilità della Francia

Il presidente francese Hollande sapeva che i jihadisti avrebbero colpito duramente la Francia, ma ora mente sapendo di mentire.

Il dolore e la dignità dei francesi

Il dolore e la dignità dei francesi

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Si resta sbigottiti, amareggiati, addolorati a vedere tutti quei morti innocenti a Parigi. Viene immediata la risposta di solidarietà, di fratellanza e di amicizia. Si pensa alle vittime, molte delle quali giovanissime, e alle loro famiglie, straziate da un dolore indicibile. Si condanna l’estremismo islamico, si grida vendetta, ed è giusto che sia così.

Ma poi, che succederà veramente?

È guerra!

È un atto di guerra, commesso dall’ISIS contro i valori che difendiamo”, ha detto Hollande in uno dei tanti discorsi da lui proposti di fronte a tutte le televisione del mondo, e ha voluto aggiungere: “Saremo implacabili”. Quindi il presidente francese François Hollande ha promesso di perseguire i terroristi dichiarando che la Francia è in guerra, ma ancora non si sa esattamente bene contro chi e come, anche perché indicare genericamente l’ISIS è dire nulla di concreto.

Anche l’ex presidente Francois Sarkozy si è schierato a fianco dell’odiato avversario politico Hollande, senza alcuna riserva: “I terroristi hanno dichiarato guerra alla Francia”, dice Sarkozy, “e la guerra che dobbiamo combattere è totale. Il nostro Paese non deve cedere ed è necessario agire con determinazione e durezza. La nostra politica estera dovrebbe includere il fatto che siamo in guerra”.

Anche Marine Le Pen, il capo dell’opposizione di destra, si dichiara favorevole a una ‘entrata in un conflitto armato dichiarando che: “La Francia è in guerra, i confini vanno ripristinati in modo permanente. Bisogna espellere tutti gli stranieri sospetti e chiudere le moschee gestite dagli islamici radicali. Senza confini non c’è né protezione, né sicurezza, la Francia e i francesi non sono più al sicuro.”

La parola ‘guerra’, quindi, è pericolosamente presente in tutti i discorsi dei principali politici francesi, con l’Italia, l’Europa e l’America che immediatamente offrono solidarietà e la massima disponibilità ad aiutarli in questo, esponendo tutti noi al medesimo rischio in futuro.

Gli attacchi jihadisti erano stati previsti

È da gennaio di quest’anno, in pratica dopo l’attacco a Charlie Hebdo, che la Francia ha tristemente preso atto di essere un ‘bersaglio’ dell’estremismo islamico e nessuno, né i politici né il popolo francese, a quel tempo sembrava disposto al compromesso. Dal primo attacco jihadista di gennaio di quest’anno la sicurezza nazionale in Francia è stata rafforzata e da allora si è sempre dichiarato che l’Intelligence era in allerta e che le forze di polizia sarebbero state presenti sul territorio in modo massiccio per garantire l’incolumità dei francesi.

A quanto pare, tutto questa prevenzione non è stata sufficiente ad evitare gli attacchi del 13 novembre!

Eppure le avvisaglie erano numerose e reali, la paura di imminenti attacchi terroristici in Francia erano stati annunciati da molte fonti, sia giornalistiche che da parte della stessa Intelligence francese. I settimanali francesi ‘Paris Match’ e ‘L’OBS‘ il 2 ottobre scorso avevano previsto un imminente attacco alla Francia in stile 11 settembre americano: in pratica un ‘11 settembre alla francese’. Marc Trévédic, noto giudice antiterrorismo francese, in un’intervista rilasciata sempre al Paris Match, ha dichiarato testualmente: “Gli attacchi in Francia saranno di alto impatto devastante, su una scala comparabile all’11 settembre americano”.

Il settimanale L’OBS cita la medesima ipotesi avvallata dai servizi di Intelligence francesi i quali, temendo un attacco in grande stile, avevano avvisato l’Eliseo. Pur tuttavia, nessuna di queste notizie ha avuto un grande seguito, se non in chiave polemica. Per lo più le autorità investigative francesi hanno voluto precisare il fatto che, se ci sarà attacco terroristico, questo sarà ‘difficile da evitare’. Tutto ciò suggerisce un fatto inquietante, cioè che l’Intelligence francese è inetta e incapace di evitare una qualsiasi altra catastrofe, anche dopo i fatti di sangue accaduti la notte di venerdì 13 scorso. Fatto sta che il presidente Hollande era senza dubbio a conoscenza delle avvertenze di ottobre, in quanto sicuramente informato dai suoi consiglieri dell’Intelligence o, almeno, per aver letto gli articoli dei giornali di ottobre.

La ‘recita’ di Hollande

Il discorso del presidente Hollande, subito proposto dopo gli attacchi terroristici, appare più come una ‘sceneggiatura già scritta’ che non l’esternazione di un politico addolorato, sorpreso e amareggiato. Per quanto riguarda l’adozione di uno stato di emergenza, quasi fossimo in presenza di una vera e propria guerra o che questa sia un pericolo ormai imminente, è altamente improbabile che tale decisione sia stata presa in modo del tutto autonomo da Hollande la sera del 13 novembre, quale risposta immediata agli attacchi terroristici e prima dello svolgimento di una riunione di gabinetto. Sembra invero che la decisione, cioè quella di mettere in atto uno ‘stato di emergenza nazionale’, sia stata presa in forte anticipo rispetto all’attacco del 13 sera, quasi fosse ‘atteso’ un potenziale e futuro scenario di attacco terroristico. Una decisione simile, così di vasta scala e di portata eccezionale, è stata emanata in Francia nel maggio del lontano 1961 in risposta al colpo di stato di Algeri, un fallito golpe organizzato per rovesciare il governo del presidente Charles de Gaulle. Quindi non è una decisione da prendere alla ‘leggera’ e non si è nemmeno certi che possa rientrare nelle prerogative decisionali del presidente francese senza una preventiva autorizzazione del governo o del Parlamento.

Infatti, la dichiarazione dello ‘stato di emergenza nazionale’ è stata annunciata da Hollande poco prima della mezzanotte di venerdì 13 novembre, cioè poche ore dopo gli attacchi, annunciando misure drastiche che riguardano la chiusura delle frontiere, ma anche forti restrizioni delle libertà personali e persino la censura contro i media. Le misure comprendono altresì i poteri che consentono alla polizia di effettuare arresti arbitrari e perquisizioni senza un mandato, aprendo così lo sviluppo di una potenziale campagna d’odio contro la gente musulmana in Francia che, tra l’altro, rappresenta il 10% della popolazione nazionale.

Il discorso politico di Hollande ricorda, in alcuni aspetti, quello esternato dal presidente americano George W. Bush in occasione degli attacchi dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle. È chiaro che il presidente francese non può aver ordinato l’attivazione dello stato di emergenza di così vasta portata in tutta la Francia per mezzo di un decreto, peraltro senza discussione o consultazione con l’Assemblea nazionale francese. A questo punto è palese pensare che tali misure drastiche Hollande le abbia prese prima degli attacchi di venerdì sera. Come detto, Hollande era stato informato senza dubbio dai servizi segreti francesi, che avevano previsto la possibilità di attacchi in stile ’11 settembre’ più di un mese prima, per cui, la ‘determinazione e la durezza’ della risposta francese al terrorismo islamico è quantomeno dubbia e difficilmente potrà essere realizzata.

Guerra all’ISIS o strategia della tensione?

Nel suo ‘intenso’ discorso, il presidente Hollande ha dato per scontato che i jihadisti, responsabili degli attacchi parigini, erano tutti appartenenti allo Stato Islamico. Eppure, quando ha fatto il suo discorso non vi era alcuna rivendicazione o una prova ufficiale, fornita eventualmente dalle forze di polizia, che potesse sostenere le sue affermazioni. Inoltre, le relazioni della polizia hanno confermato che i terroristi sono stati dei ‘kamikaze’, per cui la maggior parte di loro sono stati uccisi, tuttavia alcuni sono riusciti a dileguarsi e a far perdere le loro tracce.

Tutti terroristi morti o fuggiti, quindi, e nessun arresto.

Come nel caso di Charlie Hebdo, i terroristi sono stati tutti uccisi piuttosto che arrestati, interrogati e incriminati. La domanda pare scontata: possibile che non si sia pensato a un tentativo, da parte della polizia, per catturarne almeno uno vivo?

Inoltre, i media sono stati tenuti a bada, lontani dai luoghi degli attentati in quanto non erano autorizzati a riferire quello che stava accadendo ed è stato impedito loro persino di parlare con i testimoni sopravvissuti a questo tragico evento. Nel frattempo è stato imposto il coprifuoco, unico caso mai visto prima nell’Europa libera e democratica.

La colpa non è dei francesi, ma della Francia

Il 13 novembre la Francia è stato vittima di un attacco terroristico, accuratamente organizzato in diverse posizioni nell’area metropolitana di Parigi, provocando più di 150 morti e oltre 350 feriti, di cui un centinaio molto gravi. Lo Stato Islamico è stato identificato come l’architetto di questo attacco criminale, per cui i media riportano questi tragici eventi come se i jihadisti stessero attaccando la Francia.

Ma, allo stesso tempo, i paesi che pretendono di essere vittime del terrorismo, tra questi la stessa Francia, in realtà sono coinvolti attraverso i loro servizi d’Intelligence nel sostenere le stesse organizzazioni terroristiche che la sera di venerdì 13 novembre hanno attaccato Parigi, la Francia e i francesi. Tale operazione si chiama ‘guerra globale al terrorismo’ ed è capeggiata dagli Stati Uniti. Questa contraddizione deve essere significativa in qualche modo, la gente dovrebbe comprendere e analizzare compiutamente quel che sta accadendo in Medio Oriente e affrontare poi l’argomento, a livello politico, in conseguenza a ciò che si conosce sia vero e non a quello che ci viene ‘venduto’ come tale.

In definitiva, la fatidica guerra globale al terrorismo è una grossolana bugia.

Quello che i media occidentali continuano a non menzionare è che gli Stati Uniti in primis, seguito da un’obbediente Francia, per non parlare di Gran Bretagna, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Giordania e Israele, stanno segretamente sostenendo varie formazioni terroristiche affiliate di al-Qaeda in Siria e in Iraq tra cui al-Nusra, entrambe organizzazioni aderenti allo Stato Islamico. In pratica la Francia, che si dichiara vittima dello Stato Islamico, è allo stesso tempo a fianco degli Stati Uniti e ai suoi alleati intenta a fare da ‘sponsor’ a favore dello stesso ISIS attraverso il sostegno dato alle medesime organizzazioni terroristiche che poi, in definitiva, hanno compiuto gli attacchi del 13 novembre.

E’ un fatto noto che campi di addestramento della CIA sono stati istituiti in Pakistan dal 1982 al 1992, dove circa 35mila jihadisti, provenienti da 43 paesi islamici, sono stati reclutati dalla CIA per combattere nella jihad afgana. L’America, fin da quando era governata dal presidente Ronald Reagan, ha di fatto sostenuto la rete del terrore islamico, e oggi ha coinvolto molti altri Stati considerati ‘amici’, fra questi la stessa Francia, a darle ‘man forte’. Negli ultimi sviluppi in Medio Oriente, è certo che i terroristi vengono reclutati e addestrati dall’alleanza militare occidentale, quindi compresa la Francia. La NATO e l’Alto Comando turco sono stati responsabili del reclutamento di terroristi affiliati ad al-Nusra fin dall’inizio della rivolta siriana nel marzo 2011. Secondo fonti dell’Intelligence israeliana, questa iniziativa consisteva in: ‘una campagna per arruolare migliaia di volontari musulmani nei paesi del Medio Oriente e il mondo musulmano, per combattere a fianco dei ribelli siriani’. L’esercito turco pare abbia ospitato questi volontari e la CIA li ha poi addestrati prima del loro passaggio in Siria (Fonte: DEBKAfile – “La Nato fornisce addestramento e armi anti-carro ai ribelli siriani” 14 agosto 2011).

Ci sono Forze Speciali e agenti dell’intelligence occidentali all’interno delle fila dell’ISIS, inoltre Forze Speciali britanniche e dell’MI6 sono stati coinvolti nella formazione dei ribelli jihadisti in Siria. Lo Stato Islamico, il presunto artefice degli attentati di Parigi, era quindi originariamente un soggetto collegato ad al-Qaeda, organizzazione creata dai servizi segreti americani (CIA) con il sostegno della Gran Bretagna (MI6), di Israele (Mossad), del Pakistan (ISI) e dell’Arabia Saudita (GIP). E la cosa è ormai di dominio pubblico e confermata da più fonti, per cui cosa certa e certificata.

Ora la Francia, per evitare il problema dell’immigrazione di pericolosi jihadisti, intende chiudere le frontiere, ma nel farlo si dimentica il suo ruolo primario nel cambio di regime in Libia. La responsabilità della situazione di oggi, in Libia e in Europa, è il risultato di un’azione cieca di Francia e Gran Bretagna perpetrata nel 2011, quando hanno deciso di porre fine militarmente al regime di Gheddafi. E, in effetti, si trattava di una dittatura sanguinaria, ma invece di trovare il modo per sostituirlo, magari con una democrazia forte e stabile, i governi di Parigi e Londra hanno semplicemente deciso di lasciarlo uccidere e abbandonare così il popolo libico alla deriva. Cosa, questa, che sta determinando gli attuali giganteschi flussi migratori verso l’Europa, di proporzioni pari se non addirittura superiore a un vero ‘esodo biblico‘. E proprio la Libia è il canale di passaggio principale per i jihadisti, agevolati dal fatto che tale area oggi è in buona parte controllata dallo Stato Islamico.

Per cui, se davvero la Francia volesse entrare ‘seriamente’ in guerra, saprà benissimo contro chi andare. Ma non sarà così, purtroppo. Gli interessi di Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e degli altri loro ‘compagni di merende’ sono molto più grandi e complicati, almeno quanto sono incomprensibili. E questo pone tutti noi europei ancora più a rischio.

Ma almeno sapremo chi ringraziare.

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