01042020Headline:

Il soccorso sanitario ai tempi del Covid-19

Dopo il corso durato sei lunghi mesi, finalmente è arrivato il momento di iniziare il percorso di tirocinio quale soccorritore volontario della P. O. Croce Verde di Padova nel servizio di taxi sanitario e di emergenza Suem 118. Si parte dal taxi sanitario, servizio di trasporto pazienti, solitamente dall’ospedale a casa propria in caso di dimissioni o viceversa in caso di ricovero o visite mediche, dialisi, etc. Solo dopo un tot di servizi in taxi sanitario si può passare al tirocinio avanzato, svolgendo attività di emergenza agli ordini del 118.

Finché dura il tirocinio sei un soccorritore in più del solito equipaggio (terzo in taxi, quarto in Suem), ti senti abbastanza tranquillo sapendo che hai l’autista e altri colleghi esperti in ambulanza con te e la paura di sbagliare ti abbandona quasi subito perché capisci che sei assieme a gente molto esperta. Non solo volontari ma anche dipendenti che ti aiutano in caso di necessità. Poi ti rendi conto che la formazione che hai ricevuto è di alto livello, sai già quello che devi fare anche se non lo avevi mai fatto prima, se non nelle varie simulazioni. Ma un conto è simulare dove il “paziente” è un corsista come te che finge di avere male a una gamba o alla schiena o al braccio, un’altra cosa è il paziente vero, quello che si lamenta seriamente, che prova dolore quando lo sposti o lo carichi in barella, oppure che urla per le fitte che sente a ogni buca della strada.

È comunque il compito del volontario del soccorso, per loro, e ora anche per me, questa attività importante è considerata una missione, ed è un onore e un piacere svolgerla a favore della comunità, ti fa sentire utile. Tutta gente preparata al primo soccorso, con esperienza di anni sulle spalle, ma anche loro non sono abituati a un’emergenza come quella che stiamo vivendo oggi, che si chiama Covid-19, meglio conosciuta come CoronaVirus.

Colpa di distorte informazioni: c’è chi dice che è una semplice influenza, altri che pensano sia passeggera, che colpisca solo i vecchi, e tante altre confusioni o sciocchezze varie. Io stesso ho avuto qualche dubbio e perplessità scrivendo articoli su questo mio Blog. Ora voglio raccontare la mia esperienza di soccorritore volontario, in tirocinio, chiamato a effettuare un trasporto di un paziente particolare: un uomo contagiato dal Covid-19. Capirete che la situazione non è quella che pensavamo in molti, altresì è molto più grave di quanto professato da tanti saccenti e improvvisati virologhi che si accavallano in TV.

Turno 13-19.

Il mio equipaggio si compone, oltre che al sottoscritto, di un autista (capo equipaggio) e di una soccorritrice, entrambi dipendenti della Croce Verde, quindi gente molto esperta. La collega si siede davanti accanto all’autista, io in cabina. I primi servizi rientrano nella “normale” attività di trasporto pazienti da ospedale a casa. Li preleviamo in reparto da dove vengono dimessi, li carichiamo in barella (o nella sedia) e poi in ambulanza fino a casa. Il rapporto umano è importante, si parla con loro, si rassicura che faremo tutto in fretta e che in breve tempo potranno coricarsi nel loro letto, nella tranquillità del proprio domicilio. Terminato il servizio l’autista chiama la Centrale Operativa che ci comunica i dati del paziente successivo, indicando dove andare a prelevarlo e il suo indirizzo di casa. Fin qui tutto normale, le uniche precauzioni sono guanti e mascherina chirurgica (quella senza filtro per intenderci). Al termine del secondo servizio la Centrale Operativa ci fa rientrare in sede, c’è un servizio particolare che siamo chiamati a svolgere.

Chiedo lumi all’autista che mi risponde. «Dobbiamo prelevare un paziente con il CoronaVirus, serve l’uso di un DPI speciale che troveremo in sede.»

Il DPI sta per “Dispositivo di Protezione Individuale”, e il paziente contagiato dal Covid-19 lo dobbiamo trasportare dagli infettivi di Padova, zona rossa, agli infettivi di Schiavonia, a Monselice (l’ospedale del primo decesso per CoronaVirus, struttura che è stata chiusa per due settimane con pazienti, visitatori, medici e infermieri dentro), anche lì zona rossa.

La notizia mi preoccupa un po’ e preciso all’autista: «Io sono in tirocinio, al corso non mi hanno preparato a questa emergenza, non saprei che fare.»

Lui risponde con tranquillità: «Quello che non hai imparato al corso lo imparerai sul campo. Questa emergenza la stiamo iniziando a imparare anche noi, chi lo ha già fatto serve che lo insegni agli altri perché questo tipo di servizi ci saranno richiesti sempre più frequentemente nei prossimi giorni e tutti dovranno essere preparati.» E aggiunge: «Ti spiegheremo tutte le procedure, seguile alla lettera e concentrati, non sono ammessi errori.»

Arrivati in sede andiamo in sala militi per prelevare i DPI:

  • Tuta speciale sigillata della mia misura
  • Cuffia per capelli (io sono senza ma va usata lo stesso)
  • Mascherina FFP3 con filtro
  • Occhiali protettivi
  • Copri scarpe
  • Guanti di due tipi, L e XL

L’ambulanza è stata parcheggiata nello spazio riservato a questo servizio, dove iniziamo la procedura di vestizione. Sembra facile ma non lo è per niente. Mi tolgo il giaccone, dicono che farà caldo, poi lentamente, per evitare di rompere la tuta, la infilo facendo passare le scarpe antinfortunistica, che sono enormi. Ci si mette un buon quarto d’ora a indossare la tuta e a sigillarla, infatti tirata su la cerniera devi togliere la protezione di una sorta di nastro adesivo e incollare i lembi che andranno a coprire la cerniera stessa. Calzo le sovra scarpe, indosso mascherina e occhiali, mi metto la cuffia in testa e poi il cappuccio. Dopo il quarto d’ora sono bardato di tutto punto e inizio a sentire un caldo boia, stile sauna.

Siamo pronti, l’autista sale alla guida, chiude il finestrino che dà sul vano ambulanza, indossa solo la mascherina chirurgica, lui non si avvicinerà al paziente e nemmeno a noi per tutto il tempo. Noi due sediamo dietro, da questo momento non possiamo scherzare, la collega mi fa indossare un paio di guanti L, sopra di questi altro paio di misura superiore, la XL e sopra ancora un altro paio di misura L che devono sigillare i polsi.

Mentre mi informa su tutti i passaggi che dovremo fare la collega accende l’aria condizionata dell’ambulanza, dal monitor della centralina di controllo vedo che la temperatura scende veloce, dai 21 gradi si arriva a 16, ma io sudo, copiosamente, fino a quando mi si appannano gli occhiali. Lo faccio presente alla collega e lei mi consiglia di respirare lentamente. Già, senza rendermene conto sto respirando troppo velocemente: è la paura. Prima volta in vita mia che provo questa sensazione, e non è piacevole. Capisco che il timore mi viene per il pensiero di questa tuta speciale, di questa protezione che mi appare al momento esagerata e poi mi rendo conto che è per la mia sicurezza. Proprio così, per la mia sicurezza personale, per non rischiare il contagio, perché chi ha il Covid-19 è altamente infettivo e la capacità di trasmissione di questo virus è molto rapida, si propaga nell’aria, nelle cose. Tutto ciò che si trova vicino a un malato di Covid-19 è un pericoloso veicolo di contagio. Se stai accanto a uno così o se tocchi qualcosa che prima ha toccato lui, prendi il Covid-19, non te la cavi perché sei giovane e in forma, lo prendi e basta. Ecco perché questo speciale DPI, ed ecco il motivo di misure di prevenzione così drastiche. Ora, anche saperlo non mi rassicura molto, ma cerco comunque di tranquillizzarmi e respirare normalmente.

Ci riesco e gli occhiali si disappannano.

Zona rossa, area infettivi ospedale Padova

Dalla sede della Croce Verde all’ospedale universitario di Padova ci sono poche centinaia di metri, per cui arriviamo in una decina di minuti. Si parcheggia negli appositi spazi, l’autista ci spiega che lui resterà in ambulanza, non entrerà in zona rossa, quindi saremo io e la collega i soli autorizzati a entrare e uscire dal reparto infettivi. Controlliamo le nostre tute e ripetiamo a voce i passaggi che dobbiamo fare.

Scendiamo dall’ambulanza, prediamo barella e bombola d’ossigeno, ci dirigiamo verso l’ascensore che ci porterà al reparto infettivi. La gente si sposta al nostro passaggio, quasi fossimo noi gli infettati. L’ascensore si apre, noi e la barella entriamo e si sale. Usciti dall’ascensore ci troviamo di fronte a una porta che si apre con il codice, a quanto pare la mia collega lo conosce ed entriamo in zona rossa. Non lo nego, gli occhiali si appannano di nuovo, la sensazione è strana, nuova per me e questa volta non riesco a calmare il respiro. Entro in una zona finora a me sconosciuta, si sente palpabile il dolore, vedo persone intubate, altri che sono colti da tosse persistente, sento lamenti che escono da ogni stanza.

E vedo infermiere e medici vestiti come noi o anche peggio, occhi stanchi ma lucidi, sembrano tutti di buon umore, fanno battute e ci accolgono con gentilezza. Loro sì che sono eroi, chissà da quante ore, anzi, giorni che sono di turno, alcune di loro sono senza mascherina e bevono un caffè, hanno il segno rosso degli occhiali e mascherine, loro le portano per ore e ore. Una di loro ci chiede il nome del nostro paziente, ne hanno tre da trasportare da Padova a Schiavonia, due di loro aspetteranno i colleghi di altri equipaggi. Il nostro paziente è sul letto di una camerata occupata da due persone, ha una maschera d’ossigeno, verrà staccato dall’erogatore dell’ospedale e noi lo attaccheremo prima alla nostra piccola bombola, poi a quella dell’ambulanza, molto più capiente. Il paziente senza ossigeno rischia di soffocare, quindi è importante che non gli manchi mai il giusto apporto.

Le infermiere non ci fanno entrare nella camerata, prendono loro la nostra barella e noi fuori in corridoio. Una volta pronto ci consegnano paziente e barella, con i relativi documenti sanitari. La mia collega prende la barella, io un sacco sigillato con dentro i vestiti del nostro paziente. Da quel momento io non posso toccare la barella e la mia collega non può toccare il sacco. Ognuno di noi può toccare solo una cosa alla volta. Il tragitto, da fuori l’ascensore all’ambulanza, avviene il più velocemente possibile. Il paziente pesa, quindi devo infilare io la barella in ambulanza, perciò poso il sacco dei vestiti in un angolo del vano interno, mi tolgo il primo delle tre paia di guanti, uso il gel igienizzante in abbondanza, perché oltre a igienizzarmi rende più facile la procedura di infilo nuovi guanti, e scendo per aprire le porte posteriori per posizionare la barella all’interno del vano. Altro cambio guanti, ho toccato la barella con il paziente sopra, quindi non posso toccare le porte esterne dell’ambulanza senza avere guanti diversi.

Non la voglio fare lunga, ma solo spiegare la macchinosa necessità di usare procedure complicate al fine di evitare il contagio per me e per gli altri, oltre a far capire che questo virus è di una pestilenza incredibilmente forte.

Si sale in ambulanza, altro cambio guanti, altra spruzzata abbondante di gel e prepariamo il paziente per un viaggio lungo una quarantina di chilometri, che sono tanti se si pensa in che condizioni viaggiamo, noi bardati di tutto punto con un paziente infetto da Covid-19 che ci respira a meno di un metro da noi. Prepariamo l’ossigeno a 6 (se pensiamo che 12 è il massimo, unità che solitamente si usa in caso di rianimazione cardio polmonare, il 6 è da considerare una bella misura), stacchiamo il tubo dalla bombola portatile e lo agganciamo al raccordo dell’ambulanza. Seppur con la maschera d’ossigeno, al paziente gli facciamo indossare una mascherina chirurgica e gli spruzziamo una dose massiccia di gel igienizzante su mani e avambracci, poi gli forniamo un paio di guanti che fatica a indossare. Gli chiediamo il favore di non tossire, per quanto possibile. Nemmeno a farlo apposta gli viene un attacco di tosse violento e, anche se si vede lo sforzo per fermarsi, il povero nostro ospite non riesce a smettere e per qualche minuto non si calma. Con la collega ci guardiamo, senza dire una parola, eppure dagli sguardi si capisce che stiamo pensando la stessa cosa: “che Dio ce la mandi buona”.

Altro cambio guanti, altra spruzzata di gel igienizzante, siamo pronti per partire in quel di Monselice. Tragitto non facile, centro città, autostrada e in una quarantina di minuti saremo arrivati in un altro reparto infettivi, quello di Schiavonia, tristemente famoso perché lì è morto il primo italiano contagiato da CoronaVirus.

Con la collega riusciamo a rilassarci e scambiamo qualche parola, finalmente gli occhiali si disappannano, ma il caldo è terribile, con la maschera non è facile respirare, viene l’istinto di togliersi tutto e aprire le finestre per prendere una bella boccata d’aria pura, ma non è conveniente farlo. Sembra quasi di essere in apnea, non vedi l’ora di riemergere dall’acqua e respirare a tutti polmoni. Pazienza ci vuole, e soprattutto calma. Mi posiziono meglio gli occhiali e la collega subito mi riprende dicendomi di stare attento e non toccarmi la pelle della fronte con i guanti. Insomma, meno ci si muove e meglio è, anche questo mi fa appannare di nuovo gli occhiali. Il paziente continua a ripetere fra sé e sé il perché è capitato a lui. Gli chiediamo se va tutto bene e ci risponde con voce roca, fatica a respirare e tossisce ripetutamente. Meglio non farlo parlare, per cui ce ne stiamo buoni e in silenzio.

Dopo un tempo che pareva interminabile siamo arrivati a Schiavonia, ci dirigiamo in un punto dove c’è l’ingresso al reparto infettivi, la porta è anticipata da una tenda che funge da galleria, l’ambulanza in retromarcia si infila lì dentro. L’autista scende per avvisare che siamo arrivati, ma noi non possiamo muoverci né aprire le porte, dobbiamo attendere istruzioni. Ancora non sappiamo se saremo noi a far scendere la barella con il paziente oppure se ci sarà qualcuno del personale sanitario dell’ospedale che compirà questa operazione.

Si attende un lunghissimo quarto d’ora, il tempo è bellissimo, il sole splende e scalda, e noi a sudare copiosamente dentro quella scatola metallica con l’aria condizionata a palla che di certo non lenisce il nostro stato di calore. Il paziente è ben coperto, e non si lamenta di nulla.

Finalmente ci danno istruzioni, siamo noi che dobbiamo portarlo dentro. Stacchiamo il tubo dal respiratore e lo attacchiamo alla bombola. I ruoli sono gli stessi, io prendo il sacco con i vestiti, la mia collega la barella. Scendiamo, si aprono le porte e appena dentro consegniamo paziente, documenti e sacco. La mia collega aiuta i sanitari a trasferire il paziente in altra barella, poi esce. Altro cambio guanti e tolgo le lenzuola dalla barella per metterle dentro a un sacco dove smaltiremo il materiale usato. Altro cambio guanti e inseriamo la barella dentro l’ambulanza, altro cambio guanti e chiudiamo le porte, altro cambio guanti con spruzzata di gel quando saliamo nel vano. Ho perso il conto di quanti guanti abbiamo usato. Dietro di noi altre due ambulanze della Croce Verde che attendono di fare la medesima manovra.

Per ora noi si ritorna alla base, e non è finita qui. Arrivati in centrale l’ambulanza va parcheggiata in area apposita, dove precediamo alla svestizione. Altro passaggio delicato perché anche in quel caso a ogni singolo indumento serve un cambio guanti e mai toccare la pelle con gli stessi. Spogliati di tutto punto si smaltisce ogni DPI in appositi contenitori e finalmente si respira. Abbondante igienizzazione alle mani e poi la stessa attenzione serve dedicarla all’ambulanza, serve disinfettare l’interno dell’ambulanza con prodotti specifici e alla fine si usa un apparato all’ozono che per circa mezz’ora sanifica il mezzo.

Poi è pronto per nuovi servizi.

Morale

Racconto questa esperienza perché vale la pena far sapere che il Covid-19 NON è un raffreddore o una semplice influenza. È una polmonite, colpisce i bronchi e non ti fa respirare. Non colpisce tutti allo stesso modo e non è vero che solo gli anziani sono soggetti a rischio. Esistono gli asintomatici, cioè coloro che hanno il CoronaVirus e non hanno sintomi, ma lo trasmettono allo stesso modo di chi è colpito e va in crisi respiratoria, come il nostro paziente.

Quindi state a casa, anch’io credevo, come molti, che questa fosse un’influenza poco più seria di altre, invece la sua pericolosità è assoluta. Solo noi possiamo fermarla fermandoci a nostra volta, stando a casa.

Ora non posso fare servizio in Croce Verde, il direttore sanitario giustamente si è reso conto che noi tirocinanti non abbiamo l’esperienza sufficiente per effettuare questo particolare servizio (io l’ho fatto, ma altri non ancora e molti esperti nemmeno), quindi il mio tirocinio e quello di altri allievi soccorritori è sospeso fino al 25/03 perché si parla di numerosi interventi di questo genere.

Non si scherza con la nostra salute, men che meno con quella degli altri.

Quindi #iorestoacasa, fatelo anche voi

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