25092017Headline:

La Grecia dovrebbe fare come il Perù nel 1984

Nel 1984 il presidente del Perù, Fernando Belaunde, non riconobbe più il credito delle banche statunitensi, da allora il paese iniziò a crescere.

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Uno striscione anti-austerità appeso di fronte al Parlamento greco

Questo articolo è pubblicato su: Agoravox_25

Gli elettori greci hanno respinto al mittente le politiche di austerità che la Troika vuole ancora imporre, nonostante il risultato del referendum di domenica 5 luglio. L’ex ministro delle finanze greco, Yanis Varaoufakis, si è visto costretto a farsi da parte per “agevolare un accordo con i creditori’. Tutta l’opposizione greca, meno Alba Dorata, firma un documento in cui sostiene e da un mandato pieno al primo ministro greco, Alexis Tsipras, dimostrando di aver riconosciuto il risultato elettorale con un atto di estrema responsabilità e maturità politica, rafforzando ulteriormente il potere d’intervento del rappresentante del loro governo.

Da tutto questo, la Grecia ne viene fuori bene, anzi, benissimo, mentre l’Europa non è riuscita a schivare il colpo. Per lo più, in questi giorni post referendum greco, la UE sta dimostrando che nell’Unione non fanno parte 28 paesi, bensì la sola Germania e la sola Francia, o meglio, Angela Merkel e Francois Hollande. Certo, sono i due creditori più importanti, ma non sono gli unici. Eppure gli altri tacciono, magari più per timore che per reverenza. Ecco, si può semplificare che l’Europa è tutta qui, con Germania e Francia che la fanno da padroni e gli altri si accodano prevedendo riunioni ‘inutili’, perché successive, solo per discutere il volere già concordato dai francesi e dai tedeschi. La piccola Grecia ha dimostrato, invece, che si può dire ‘OXI’ alla Merkel e, di conseguenza, anche al suo ‘fido’ Hollande.

Ora sono in molti che alzano la testa e chissà che potrà succedere in Europa in un prossimo futuro. Movimenti di sinistra, come Podemos in Spagna o dell’ultra destra di Le Pen in Francia, il M5S, SEL e, pur con qualche distinguo, la Lega e persino la minoranza PD in Italia, tutti dicono la stessa cosa, uniti nel condannare l’Europa e ad applaudire il ‘comunista’ Tsipras. È anche questo il risultato del referendum del 5 luglio. Senza contare i prossimi referendum per uscire dall’euro e dall’Europa che saranno votati in Gran Bretagna e in Austria. I tanti che pensavano che la consultazione fosse un errore dei greci, oggi dicono che si deve trattare e accordarsi con la Grecia. ‘Porte aperte’, dicono Merkel e Hollande, quando prima affermavano il contrario, ma continuano a non capire chiedendo alla Grecia ‘proposte concrete e serie’, cioè riforme, austerità, tagli, minori diritti sociali, e avanti sempre con la solita solfa.

Il Perù del presidente Belaunde nel 1984

L'ex presidente del Perù, Fernando Belaunde

L’ex presidente del Perù, Fernando Belaunde

Tutto questo ci riporta a un altro tempo e in un altro paese, quando nel 1984 il presidente del Perù, Fernando Belaunde, il padre della moderna democrazia di quella nazione, ha decretato la sospensione del pagamento del debito estero che il suo paese aveva contratto con le banche commerciali degli Stati Uniti. Per lui, fedele statista del suo paese, amante del suo popolo e con un’impeccabile fede democratica, la questione era semplice: soddisfare i pagamenti concordati significava impoverire la sua gente. Da allora il Perù, che aveva accettato nel 1982 un accordo di rimborso con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), non pagò più nulla. I commenti che ne seguirono, da parte del FMI e riferiti al presidente Belaunde, furono del tipo: “Quell’uomo non sa nulla di economia”. È un po’ quel che è successo all’ex ministro delle finanze greco Varoufakis, da più parti è stato accusato di ‘dilettantismo’ o considerato un soggetto ‘scarsamente preparato’.

Ma il presidente peruviano Belaunde era come Varoufakis. Lui aveva capito che, senza la capacità di far crescere il paese, non sarebbe mai stato possibile sostenere il livello del debito sovrano. Lo ha dimostrato negli anni a seguire, quando il Perù ebbe una crescita vertiginosa e la sua economia prese vigore. In pratica, il presidente Belaunde dimostrò di sapere più lui di economia che non tutti gli economisti del Fondo Monetario Internazionale messi assieme e che prima lo avevano aspramente criticato. Lui sapeva di più di tutti gli economisti del mondo perché i risultati delle politiche di austerità, che il FMI gli aveva imposto, erano del tutto sbagliate e non assicuravano la crescita contribuendo solo a creare più disoccupazione, povertà e miseria. Belaunde ebbe ragione non tanto perché si mise contro i creditori e l’FMI, ma soprattutto perché accarezzò i bisogni e le ansie della popolazione e, proprio per questo, conosceva i limiti di ciò che era economicamente, politicamente e socialmente utile per il suo popolo.

La Grecia dovrebbe fare come il Perù

La Grecia ora ha un governo che si trova impegnato a tenere comunque la testa alta di fronte a dei creditori tremendi, la famosa Troika. I suoi sforzi stanno ottenendo dei successi, anche perché la vicenda greca di oggi è come quella peruviana di ieri. In fondo non ha nulla a che fare con l’economia, bensì è una situazione da cui se ne esce in termini politici. In questo caso, non serve una politica volta a salvaguardare il bene collettivo di una Unione di popoli, ma la salvaguardia degli interessi nazionali di un paese membro della Comunità europea, il quale deve obbligatoriamente poter esercitare la sua autorità e autonomia politica con pari dignità di altri, anche fossero creditori. Non ci sono torti nel difendere il proprio popolo e non ci sono regole in cui si presuma che un creditore possa vantare il diritto di togliere o limitare la sovranità di quel popolo. Qualsiasi spiegazione economica, che vuole dimostrare il contrario di questo basilare concetto democratico, non è altro che una follia e serve solo a ‘deviare’ la realtà.

Privilegiare il ruolo della politica rispetto all’economia

Non si possono ignorare i principi di giustizia, per cui non si può fare sempre finta di nulla in merito alle responsabilità delle banche commerciali nello sviluppo delle crisi esistenti o che siano esistite in passato. In ogni occasione di crisi profonde degli Stati, le banche erano sempre quelle che contribuivano, più di altri, al default sovrano. Finché non si arriverà a discutere di una ristrutturazione del debito greco, la Grecia non si potrà mai riprendere. Tutti sanno che il debito greco è insostenibile e impagabile, per questo andrà rivisto, che piaccia o meno. Questo fatto non è in discussione, lo insegna la storia: uno dei pilastri della ripresa in Germania del dopoguerra è stata la riduzione del debito.

La politica, quindi, prima dell’economia. Rispetto alla vicenda greca, l’incoscienza delle banche commerciali private, soprattutto quelle francesi e tedesche, è stato straordinario. La Troika le ha salvate stampando euro e facendolo scorrere verso il governo greco solo per ricapitalizzare le banche e non per migliorare le condizioni di vita della gente. Più onesto sarebbe stato dare i soldi direttamente alle banche greche, in tal caso oggi fallirebbero quegli istituti di credito e non lo Stato (l’Islanda insegna).

Ma il voto di domenica ha creato una nuova coscienza. La Troika ne esce sconfitta e semplicemente non se lo aspettava. I suoi calcoli tecnocratici non hanno considerato la forza che può esprimere la democrazia politica dopo le disastrose regole imposte a quel popolo per cinque anni consecutivi. I greci hanno sconfitto chi usa l’arroganza del capitale finanziario per schiacciare i deboli.

Quegli arroganti di ieri, oggi sono in debito con la Grecia.

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