20112017Headline:

La Jihad francese

Gli attacchi di Parigi e Nizza dimostrano che il modello francese di integrazione non è ottimale e che le autorità devono lavorare ancora molto per migliorarlo.

Jihad

Lo Stato Islamico, come altre organizzazioni jihadiste, ha posto in essere una grande potenza mediatica per attirare gli uomini di tutte le nazionalità a combattere per la causa in Siria, Iraq e in buona parte del Medio Oriente. La vicenda è sempre stata analizzata con preoccupazione dall’Occidente fin dalla nascita del Califfato e i servizi di sicurezza stanno osservando attentamente il processo di radicalizzazione di centinaia di giovani europei che sono stati reclutati da queste organizzazioni jihadiste. Sono in molti gli europei che, dopo aver combattuto nelle file dello Stato Islamico nei vari conflitti in Medio Oriente, portano la loro pericolosa esperienza di combattimento una volta rientrati in patria.

Oltre 1.200 francesi si sono uniti all’Isis

Di tutti i paesi europei, gli uomini che più si sono uniti nelle file dell’Isis sono partiti dalla Francia. Il ministro degli Interni francese, Bernard Cazeneuve, ha confermato in Parlamento che sono oltre 1.200 i francesi che dal 2014 hanno lasciato il paese per entrare nelle fila di organizzazioni come lo Stato Islamico o altri gruppi jihadisti sottomessi al Califfato. Di questi 1.200 francesi jihadisti, quasi 200 sono poi rientrati in Francia.

Anche se la maggior parte di loro sono in prigione o sotto osservazione delle forze di sicurezza, molti altri hanno fatto perdere le loro tracce.

Il radicalismo islamico in Francia

I processi che spingono un individuo, come il responsabile della strage di Nizza di ieri 14 luglio, a decidere di unirsi alla jihad sono molteplici, e alle varie forze d’intelligence dovrebbero saperlo. La Francia sembra essere ormai un punto caldo della radicalizzazione islamica di molti giovani per diversi motivi.

Uno di questi è la partecipazione attiva della Francia in operazioni antiterrorismo contro paesi a maggioranza musulmana, come il Mali, la Libia e l’Iraq, e ciò favorisce il risentimento di una parte della comunità musulmana in Francia.

Un’altra ragione è che in Francia i musulmani costituiscono il dieci per cento della popolazione e per questo motivo sono la più grande comunità islamica in Europa. Negli ultimi tempi, soprattutto dopo i fatti di Charlie Hebdo, il Bataclan e infine Nizza, molti musulmani francesi si sentono discriminati, privati di opportunità e, soprattutto, pensano che la loro fede religiosa venga stigmatizzata per partito preso.

Un altro problema è che le carceri francesi sono la prima fonte di radicalizzazione dei giovani musulmani in Francia: più della metà dei detenuti sono di fede islamica. In carcere sono transitati Amedy Coulibaly e i fratelli Said e Kuachi Cherif, i tre autori degli attentati a Parigi di gennaio 2015 o Mohamed Merah, che nel 2012 uccise sette persone a Tolosa. Questi giovani si sono radicalizzati in carcere e, come si è capito dopo, sono diventati una vera e propria “bomba a orologeria“.

Un’integrazione difficile

Gli attacchi di Parigi e Nizza dimostrano che il modello francese di integrazione non è ottimale e che le autorità devono lavorare ancora molto per migliorarlo. Mentre i servizi di sicurezza ritengono che la più grande minaccia sono i militanti jihadisti che rientrano dopo aver combattuto in Siria o in Iraq, forse è preferibile prestare maggiore attenzione al pericolo che ognuno ha in casa propria.

La minaccia dei rimpatriati è reale, ma si devono prevedere politiche nazionali che aiutino a migliorare l’integrazione delle minoranze. Non affrontare seriamente questi problemi agevola solo chi, come lo Stato Islamico, cerca soldati fra i criminali, o quelli che sono potenzialmente tali.

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