18102017Headline:

La vittoria dello Stato Islamico

Questo articolo è pubblicato su:BlastingNews

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Gruppo di combattenti dell’Isis

Tra pochi giorni sarà un anno della caduta di Mosul e la proclamazione del califfato, da allora è iniziato il fallimento della comunità internazionale. Il 29 giugno 2014 un gruppo di jihadisti ha inteso autoproclamarsi “Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) annunciando la creazione di un califfato e nominando come proprio leader Abu Bakr al-Baghdadi, quale “califfo di tutti i musulmani”. Nessuno finora si è seriamente preoccupato dei costanti progressi e delle numerose conquiste territoriali dello Stato islamico in Iraq, Siria e Libia. Ciò che preoccupa gli Usa sono le industrie nucleari in Iran o le mire di rinascita della Russia di Putin mentre i paesi mediterranei europei sono impegnati a discutere i problemi del pericolo default greco, dell’Ucraina e delle ondate di profughi provenienti dalle coste della Libia.

È vero, sembra che ci sia una specie di coalizione, capeggiata dagli Stati Uniti, che combatte contro l’Isis un po’ in Iraq e un po’ in Siria mentre non c’è nulla di serio in Libia. Finora il conflitto appare blando, flebile e inefficace, tutto si limita a qualche bombardamento aereo, circoscritto in alcune zone, più per arginare le avanzate delle truppe di terra del califfato piuttosto che per respingere e sconfiggere il “nemico”. In Medio Oriente, almeno fino a oggi, l’Isis ha conquistato un territorio vastissimo, quasi 50 mila chilometri quadrati, e circa 10 milioni di persone vivono sotto il suo controllo. I jihadisti controllano e gestiscono un numero considerevole di pozzi di petrolio e di sorgenti di gas naturale che assicura loro entrate economiche di svariati milioni di dollari al giorno, utili per armare il suo esercito di combattenti, sempre più numeroso.

Certo, lo Stato islamico ha perso delle battaglie e ha subito molte sconfitte e, in futuro, questo capiterà ancora. L’Isis ha perso la città siriana di Kobanê, vicino al confine turco, poi ha dovuto ritirarsi e abbandonare la città di Tikrit lo scorso mese di aprile mentre pochi giorni fa è rimasto ucciso Abu Sayyaf, considerato il ministro del petrolio dello Stato Islamico, a seguito di un attacco degli Stati Uniti in Siria. Tutto questo non sconfigge l’Isis, forse argina per un po’ la sua irruenza distruttiva, ma che differenza può fare la “pochezza” della comunità internazionale di fronte ai costanti e continui successi delle milizie jihadiste?

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Zona di influenza dell’Isis (non aggiornato)

L’Isis sta crescendo, continua a conquistare territori e, soprattutto, riesce a sedurre i musulmani che si aggregano al califfato ogni giorno più numerosi. Non bastasse tutto ciò, lo Stato Islamico ha ottenuto la cieca obbedienza di numerosi gruppi jihadisti di tutto il mondo. Per cui resiste e persiste nella sua avanzata e, se perde un uomo, poi ne guadagna mille, in un circolo che sembra ormai senza fine. Nei vari reportage giornalistici si sente spesso evocare la parola “autoproclamato” Stato Islamico, quasi a voler sottolineare una “negazione” chiara della sua reale esistenza. Eppure la storia insegna che tutti gli Stati del mondo si sono sempre autoproclamati, chi prima e chi dopo. Che esso sia autoproclamato o no, ovvero che piaccia o meno, poco importa e non fa differenza perché l’Isis, per come si è strutturato, è di fatto uno Stato a tutti gli effetti, e non è nemmeno tanto piccolo. Dieci milioni di persone, gestite da una sola organizzazione che conta su ricche attività produttive, che gestisce territori vastissimi, che si dota di una propria milizia organizzata e che possiede armi, denaro… beh, se non è uno Stato, è certamente qualcosa di molto simile e persino le sconfitte sembrano confermare il successo della sua strategia politica e militare.

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