21112017Headline:

Medio Oriente: il fallimento della politica estera USA

Quattro anni dopo il ritiro delle forze USA dall’Iraq, il presidente Obama è costretto a inviare altri 450 soldati: è l’ennesimo fallimento USA.

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USA-IRAQ

Quattro anni dopo il ritiro delle forze americane dall’Iraq, il presidente Obama è costretto, a causa delle vittorie dello Stato Islamico, a dover rafforzare i 3.100 consiglieri militari e americani attualmente presenti in Iraq con altri 450 soldati. La strategia americana mette in evidenza il fallimento sulla stabilizzazione di questo paese, dopo aver invaso la nazione gli USA si sono basati sul tribalismo in Iraq come un antidoto al nazionalismo laico, autoritario e potenzialmente antimperialista. Questa visione è una concezione prettamente occidentale che mal si addice alla geopolitica dei paesi arabi. In quelle particolari zone, l’instaurazione della democrazia implica necessariamente la frammentazione dello Stato, costringendo più etnie e religioni ad agire una contro l’altra senza che un singolo interesse sia prevaricante. Ma, così facendo, si sgretola il potere costituito per dare spazio ad azioni anarchiche e incontrollate.

La tragedia irachena, causata dall’invasione anglo-americana del 2003 nonché il disastro umano creato in Siria per combattere il regime di Assad, costringendo così alla debolezza estrema il paese di fronte all’avanzata dello Stato Islamico, dimostra quanto è aberrante questa strategia. L’ignoranza culturale del mondo arabo-islamico raggiunge ora il suo massimo picco. La scarsa, anzi, l’assente scolarizzazione di quei popoli ha fatto precipitare il Medio Oriente, dopo la prima guerra del Golfo nel 1991, in un caos indescrivibile, consegnando la gente di quei paesi a una profonda crisi d’identità che ha determinato il distacco dalla realtà storica locale, allontanandoli dai comuni valori che formano la mentalità, razionale e moderna, che ognuno deve possedere nei confronti di uno Stato. Questa situazione avvantaggia gli alleati degli Stati Uniti nella regione (l’Arabia Saudita, le varie monarchie del petrolio, la stessa Israele), ma con la nascita dello Stato Islamico la vicenda sta diventando sempre più pericolosa per tutti poiché, a differenza di Al Qaeda, esso vuole diventare uno Stato legittimo, dopo la proclamazione del Califfato.

Detta in parole povere, il risultato della politica USA, per lo più dedita al tribalismo-confessionista, è un enorme errore e un totale disastroso fallimento. In Iraq, la maggioranza sciita ha creato una forza militare inefficace, il potere politico è totalitario e potenzialmente corrotto, sorretto da due alleati: uno amico degli Stati Uniti e l’altro dell’Iran. Quindi, il paese è controllato da due forze nazionali opposte, che si odiano e che hanno obiettivi radicalmente divergenti: la stabilità tra le tribù per gli Stati Uniti mentre l’interesse dell’Iran è quello di rafforzare gli sciiti iracheni contro i sunniti. Ora, il potere iracheno, così creato, non sarà più in grado di affrontare qualsiasi minaccia, per cui un nuovo intervento americano nella regione dovrà essere amplificato e andare ben oltre i 450 uomini annunciati da Obama, considerato che lo Stato islamico controlla un territorio enorme in Iraq, Siria e Libia.

Saddam Hussein aveva instaurato una dittatura diretta contro tutte le comunità, per questo riusciva a controllarle tutte. La situazione allora sembrava complessa, antidemocratica, brutale, dittatoriale e, in effetti, era esattamente così. Ma è proprio questo schema mentale, tipico dell’occidente, che non ha permesso di capire che il metodo di Saddam in Iraq, di Gheddafi in Libia, di Mubarak in Egitto e di Assad in Siria, forse era l’unico modo che garantiva una “vera e reale” governabilità delle regioni mediorientali. Anche comprenderlo ora, dopo che la situazione è esplosa in faccia a tutti, non garantirà alcun risultato. A dire il vero, non ci sarà una soluzione democratica in Iraq, non in Siria o in Libia. Questi paesi si scontrano, da sempre, con la nostra visione democratica e non possono, almeno per il momento, condividere e vivere la nostra democrazia occidentale. Il fallimento della “Primavera Araba” (a parte la ‘fragile’ Tunisia), dimostra ineccepibilmente questo fatto. A questo punto, l’unica soluzione è quella di ricostruire le forze in loco, che siano in grado di ristabilire un’autorità “laica” nazionale.

Non è facile, ma non è mai troppo tardi.

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