14122017Headline:

Questa terza Repubblica appare uguale alle precedenti, forse è anche peggio

apriscatole-e1363352336999C’era voglia di cambiamento nell’aria, e le ultime elezioni hanno confermato questa necessità. Il buon risultato del MoVimento di Beppe Grillo e l’alta percentuale di astensione, testimonia come la gente sia ormai stanca della solita politica. Ma le cose non stanno andando in questa direzione, anzi, tutto il contrario. A parte il M5S che ha portato in Parlamento 163 “cittadini” completamente avulsi alla politica, cosa che, in effetti, si nota parecchio per via di alcune ingenuità di troppo, le novità non sono poi molte. Quelli del PD si fregiano di un grande risultato: molte donne, molti giovani, molti nuovi parlamentari.

Come Laura Boldrini, per esempio, neoeletta alla Presidenza della Camera che, in occasione della sua prima visita istituzionale, si è dichiarata “sorpresa che in Italia ci sia una povertà così tanto diffusa…” e, questa illuminante scoperta, l’ha proprio esternata in occasione dei funerali di tre persone suicidate a causa proprio della miseria, quella stessa povertà che Equitalia fa presto a rendere tragedia, oltre che enorme problema sociale. Benvenuta nel nostro mondo, Presidente Boldrini, le cose stanno proprio così: siamo sempre più poveri. Ma lei, scusi, dove ha vissuto in questi anni? Inoltre, come fa a dichiararsi esponente della società civile se non si è mai accorta della miseria dilagante? E sì che la Boldrini si occupava d’immigrazione, di popoli poveri ne dovrebbe aver visti tanti quando ha svolto il suo compito per le Nazioni Unite in modo così encomiabile. Strano che non si sia mai accorta di cosa stava succedendo in Italia, paese dove lei occupa ora un posto di rilievo? Ora è altresì impegnata a garantire case gratuite ai ROM, anch’essi gente che vive nella miseria, tanto quanto il milione di sfrattati e altrettanto il milione di persone che sta subendo il pignoramento della casa perché non riescono a pagare il mutuo. Un consiglio alla Boldrini: pensi alla miseria di tutti, questa non ha né etnia né colore.

Pierluigi Bersani ha proposto un governo di cambiamento, di svolta, che garantisca al paese il giusto rinnovamento indicando otto punti fondamentali su cui lavorare. Su queste basi ha ottenuto il mandato esplorativo, e ha fallito. Colpa di Giorgio Napolitano, il grande tessitore della politica italiana, colui che ha fatto “salire” in politica Mario Monti che, manco a farlo apposta, ha preso un misero 9%, mandando a casa un Fini invisibile e, nel contempo, salvando un Casini sempre più dinosauro, il tutto alla faccia del cambiamento. Bersani sapeva che non avrebbe avuto i numeri al Senato, ma era sua intenzione provarci lo stesso. Voleva, anzi, lo vorrebbe ancora oggi, costituire un governo di minoranza, cioè andare al voto di fiducia e sperare in un colpo di culo pazzesco, consistente nell’alzata di mano di qualche  cinquestellato in stato confusionale o in crisi d’identità, e di Monti stesso. Il suo tentativo, abbastanza blando e puerile, era, e forse lo è tuttora, quello di ottenere la fiducia sapendo in partenza che, comunque sia, non sarebbe possibile mantenerla a lungo. Nel frattempo, però, lui avrebbe determinato l’elezione del Presidente della Repubblica (molto meglio di come lo sta facendo attualmente) e, quest’ultimo, quando si fosse reso conto che il governo di minoranza di Bersani non sarebbe rimasto in piedi ancora per molto, avrebbe sciolto le Camere rimandato tutti al voto. Però, in tal caso, Bersani sarebbe stato il Presidente del Consiglio incaricato al… disbrigo degli affari correnti (va chiarito che, allo stato attuale delle cose, gli affari correnti sono tutte emergenze nazionali) fino al giuramento del prossimo governo. Con l’andamento lento dei nostri politici, si potrebbe ipotizzare un tempo minimo di almeno un anno e mezzo prima di formare un nuovo governo. Sarebbe stato un tempo sufficiente per garantire a Bersani e al PD di ritrovare una rotta che, invece, appare ormai perduta.

Invece no, Giorgio Napolitano voleva grandi intese e… terminare in pace (e in nome di Monti) il suo mandato. A Bersani la cosa gli è scoppiata fra le mani e, ritornando con le pive nel sacco alla direzione del partito, questo è esploso. Matteo Renzi ha dato fuoco alla miccia, strategicamente, ha sottolineato tutti gli errori del candidato premier più sfigato della storia repubblicana, ma ora nel PD è bagarre per tante anime e posizioni diverse, non solo quelle del sindaco fiorentino. E pensare che rischiamo tuttora di essere governati da costoro.

Il cambiamento o il rinnovamento, quindi, non sono altro che slogan, regolarmente usati dai politici per imbambolare il pubblico come fa Giucas Casella quando ipnotizza la gente agli spettacoli televisivi. Slogan simili ci hanno sempre ingannato, come quelli esternati da Mario Monti con le parole magiche: rigore, crescita, equità. A parte rigore, le altre due parole risultano disperse, anzi, addirittura sembra non siano mai esistite.

Più donne, più giovani, più novizi della politica, ma anche 177 parlamentari con doppio, triplo e quadruplo incarico, per cui in una posizione incostituzionale. È dura scegliere, ma lo impone la Costituzione. Però, siccome la situazione riguarda parlamentari sia del PD sia del PDL, questo è un problema che non emerge, passa in sordina, nessuno disturba l’altro per evitare l’effetto boomerang. Come il problema delle commissioni parlamentari, il presidente Grasso precisa che non possono insediarsi senza un governo in carica. Ma il governo c’è: per nostra sfortuna è quello di Mario Monti. Le parole a vanvera girano vorticosamente in questi giorni post elezioni, poi ognuno ha i suoi fans sfegatati che danno ragione a questo o a quel politico, garantendo la giusta interpretazione di parte anche per le parole fumose e senza senso espresse dai più. In molti parlano il politichese, cioè il discorso che può essere interpretato in modo differente, dipende dalla necessità e dal contesto. Un po’ come le dichiarazioni su Napolitano della Lombardi, prima dice che il “nonnetto vada a badare ai nipotini”, poi si corregge asserendo che l’ha visto stanco e “desideroso di dedicarsi all’affetto dei propri nipotini…”. In effetti, detta così, fa tutto un altro effetto.

Fuori dal Parlamento la situazione non è differente, fra i cinquestellati qualche mal di pancia serio esiste davvero, soprattutto nel dibattito interno al movimento rispetto alle desiderate dei parlamentari. Alcuni di loro, infatti, hanno voluto precisare che non sono dei robot che scattano al comando della rete, quindi, accettano consigli, ma non imposizioni. Nel PD è guerra aperta senza esclusioni di colpi, anche bassi, e offese bilaterali. Loro, tutto questo bailamme, lo chiamano “dibattito interno”, anche se appare più una resa dei conti fra le varie anime del partito. La Lega è intenta a fare epurazioni e a tenere sotto controllo le esternazioni di Bossi contro Maroni, per poi vedere i due che fanno stranamente pace il giorno dopo. Infine, i montiani si accusano l’uno contro l’altro per precisare chi ha effettivamente perso la bussola, la colpa di chi e cosa fino al punto di non comprendere se effettivamente il partito c’è ancora, anche se non si vede.

L’unico che regge botta sembra sia Silvio Berlusconi, non a caso viene dato per vincente dagli ultimi sondaggi e il partito risulta coeso (bella forza, è di sua proprietà).

L’ultima novità vera, sempre nell’ordine del cambiamento (anche se questa cosa pare un cambiamento d’opinione) c’è Grillo che propone a Bersani di votare Milena Gabanelli alla presidenza della Repubblica. Allora chissà, si potrebbe anche collaborare! Sembra un’apertura mentale, un’ipotesi d’intesa politica e, invece, trattasi di mossa astuta, da genio qual è Beppe Grillo. Ora è lui che propone un qualcosa a Bersani, se risponderà di no all’offerta diventerà lui stesso un irresponsabile; a quel punto potrebbe ritorcersi contro, come un boomerang politico, quella famosa frase: “Grillo dica cosa vuole fare…”. Tanto si è capito da tempo che il Movimento non voterà la Gabanelli e nemmeno Strada, ma Rodotà, candidato da sempre preferito dai cinquestellati. Stefano Rodotà è più politico di un politico, molto esperto e saccente, ex Garante della privacy in Italia e in Europa. Quella stessa privacy che, sotto la sua direzione nazionale ed Europea, ci è sempre stata negata o violata, oggi addirittura non sembra esista nemmeno più. Ecco chi è Rodotà.

Il prossimo presidente della Repubblica, invece, sarà Giuliano Amato, è sempre stato lui il candidato, senza alcun dubbio e da tempo immemore, anche prima delle elezioni questo nome, in sordina, saltava sempre fuori fra il PD e il PDL. Questo significa che i giochi, in politica, non si fanno mai davanti al popolo, in Parlamento o in rete, ma nei corridoi del palazzo. Il resto è tutta materia per far vendere qualche copia di giornale e far vivere la produzione dei talk show televisivi, oltre a qualche opinionista e sondaggista. In pratica, l’informazione (ormai distorta) è l’unico settore produttivo che va alla grande in Italia.

Per il resto, nessuna novità, quindi. Ho quasi il terrore di essere governato da uno qualsiasi dei soggetti che rappresentano oggi questo rinnovamento e cambiamento.

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