24042018Headline:

Un weekend di paura per la Grecia

Due giorni da incubo per la Grecia: oggi la riunione dell’Eurogruppo, domani il Consiglio europeo.

Manifestazione a favore del nuovo governo della Grecia di fronte al Parlamento ad Atene, 5 febbraio 2015. (REUTERS/Yannis Behrakis)

Manifestazione a favore del nuovo governo della Grecia di fronte al Parlamento ad Atene, 5 febbraio 2015.
(REUTERS/Yannis Behrakis)

Questo articolo è pubblicato su: Agoravox_25

Ultimi due giorni di tempo per sbloccare la grave crisi sociale, economica e politica che sta colpendo da anni la Grecia. Atene ha consegnato la richiesta di un terzo salvataggio, sostenuto da una serie di misure di austerità che comportano risparmi per circa 12/13 miliardi di euro per il paese ellenico. Ora le istituzioni europee devono dare la loro approvazione per salvare o lasciare andare alla deriva la Grecia. Oggi 11 luglio si tiene la riunione dell’Eurogruppo per valutare il documento proposto dal primo ministro greco e domani 12 luglio si riunirà il Consiglio europeo, dove i leader dei 28 Stati membri decideranno se ratificare o meno il piano di salvataggio e se ci sarà quindi il ‘Grexit’ oppure no.

Via libera del Parlamento greco al piano Tsipras

Alexis Tsipras ha ricevuto il via libera da parte del suo Parlamento, anche se sono molti i malesseri interni alla sua maggioranza, soprattutto nel partito Syriza. Il governo ellenico sembra aver presentato una nuova serie di misure ai partner europei che assomiglia molto alle proposte formulate dal Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, le stesse che hanno formato oggetto del referendum greco di domenica 5 luglio.

Le principali misure contenute nella proposta Tsipras

  1. Aumento dell’imposta sul reddito dal 11% al 15% per i redditi al di sotto dei 12 mila €, e 33%-35% per quelli più elevati;
  2. Abbassare l’imposta IVA super-ridotta dal 6,5% al 6% per i medicinali, libri e il teatro; 13% per i prodotti alimentari di base, alberghi, energia e acqua; 23% per il resto;
  3. Eliminazione da ottobre dello sconto del 30% in materia di IVA nelle isole, escludendo solo quelle più remote;
  4. Aumento dal 26% al 28% l’imposta sulle società, con un anticipo del 100% di tale imposta;
  5. Graduale eliminazione dei sussidi sul gasolio per gli agricoltori;
  6. Graduale abolizione delle esenzioni fiscali per gli agricoltori entro il 2017;
  7. Aumento della tassa di lusso dal 10% al 13% con effetto retroattivo alla dichiarazione del 2014 e applicabile da subito anche alle imbarcazioni di lunghezza minima pari a 5 metri;
  8. Graduale eliminazione del sistema di prepensionamento con applicazione immediata, tranne per le professioni ad alto rischio e le madri con bambini disabili a carico, con un sistema di sanzioni. L’obiettivo è quello di raggiungere, entro il 2022, l’aumento dell’età pensionabile effettiva a 67 anni e 62 per quelli con 40 anni di lavoro;
  9. Aumento del contributo dei pensionati al sistema sanitario dal 4% al 6%;
  10. Attuazione di un piano di aiuti ‘umanitari’ per chi detiene pensioni più basse;
  11. Congelamento delle pensioni in termini nominali fino al 2021;
  12. Fusione della previdenza complementare, che sarà finanziata esclusivamente da contributi dei lavoratori (finora erano stati finanziati dai datori di lavoro e, in alcuni casi, da aiuti di Stato, ndr);
  13. Creazione di una tassa sulla pubblicità radiotelevisiva;
  14. Privatizzazione immediata di aeroporti regionali, ferrovie, porti e autostrade.

L’accordo non è scontato

Anche se i mercati finanziari hanno spinto al rialzo le borse per la rinnovata fiducia in un accordo, questo è tutt’altro che scontato. Le paure interne all’eurogruppo riguardano principalmente la fiducia nell’interlocutore Tsipras. Al di là delle buone intenzioni del primo ministro greco, un ennesimo piano di salvataggio necessita di verifiche e costanti rapporti fiduciari a lungo periodo. Alcuni paesi incoraggiano l’accordo, ma molti altri sono titubanti.

È l’esempio del ministro dell’economia slovacco, Peter Kazimir, che per tutta la settimana si è mostrato estremamente duro con la Grecia quando ha sintetizzato il suo parere via Twitter affermando che: “Questa terza proposta greca sarebbe stata sufficiente per il secondo salvataggio, non per un terzo”.  Dei pesanti paletti vengono posti anche dal ministro delle Finanze austriaco, Hans Jorg Schelling: “Abbiamo bisogno di garanzie sull’attuazione delle riforme greche perché emerge un problema di fiducia verso l’esecutivo greco“.  Il governo finlandese non vuole negoziare il terzo piano di salvataggio della Grecia perché vede insufficienti garanzie. Insomma, è la solita partita il cui risultato resta in bilico fino all’ultimo, anche se qui si rischia di andare ai rigori.

Le varie posizioni interne all’Eurogruppo

Grexit: Austria, Belgio, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Finlandia, Paesi Bassi, Lettonia e Lituania.

NO Grexit, se possibile: Spagna, Irlanda, Lussemburgo, Malta, il Portogallo e il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem.

NO Grexit a ogni costo: Cipro, Francia, Italia, il presidente del Parlamento europeo Martin Shultz (questo è un vero colpo di scena, ndr) e il presidente della Commissione europea, Jean Claude Junker.

E la Germania che dice?

A sentire l’ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, che oggi 11 luglio ha pubblicato un suo personale articolo sul quotidiano britannico ‘The Guardian, lui assicura che, in base a ciò che ha capito finora, la Germania ha già deciso di adottare la formula Grexit. Varoufakis precisa meglio il suo pensiero: “Sulla base di mesi di negoziati, la mia convinzione è che il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schauble, vuole che la Grecia sia fuori dalla moneta unica per mettere ‘il timore di Dio’ ai francesi allo scopo di farli accettare il suo modello per una zona euro disciplinata”.

Oltre alle parole espresse dall’ex ministro delle finanze greco, arrivano anche quelle dirette del ministro tedesco Schaeuble: “Non vedo come potremo raggiungere facilmente un accordo: il Governo greco ha fatto di tutto per minare la fiducia e sappiamo che un taglio del debito pubblico non è possibile secondo i Trattati europei“.

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